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Lui & Lei

Serata estiva al lago sotto la luna


di Dante2025
10.09.2025    |    676    |    1 8.7
"Le baciai la schiena, le mordicchiai la pelle, mentre lei si muoveva già, ansiosa..."
La luna era piena e splendeva alta all’orizzonte, illuminando tutto quello che toccava, compresi noi.
L’avevo invitata a cena e volevo fosse una serata speciale, di quelle che non si dimenticano e che diventano parte integrante dei ricordi. Avevo scelto il luogo: vicino all’acqua e sotto il cielo - come il nome che portava.
Ci sedemmo ad uno dei tavoli di un ristorantino lungolago da dove si potevano ammirare le sue acque che si confondevano col cielo stellato e la luna piena a illuminare tutto coi suoi raggi.
L’aria era tiepida ed era bellissima quell’atmosfera estiva che accarezza la pelle; la musica soft di sottofondo a creare l’atmosfera e quelle luci rosse soffuse tutt’intorno rendevano intimo quel locale. La luna splendeva riflessa sul lago e quei raggi parevano lanciare sciami di lucciole. Sembrava essersi immersi nel mondo dei sogni.
Tutti e due eravamo vestiti molto eleganti: lei indossava un vestito lungo bluette ed ai piedi aveva dei sandali argentati che mi ero permesso di regalarle; io camicia bianca sbottonata, jeans e giacca. Per arrivare al ristorante due ragazze ci avevano persino fatto i complimenti: ma come siete belli! Sembrava dovessimo andare a una cerimonia, invece stavamo per goderci una di quelle serate che difficilmente si dimenticano.
Nel flûte le versai il vino: bollicine di prosecco che brillavano come piccoli fuochi d’artificio. Il prosecco scendeva leggero e l’atmosfera al tavolo si stava infiammando.
Ad ogni mia parola notavo che i suoi occhi si accendevano ogni volta che mi fissava.
«Sai cosa penso?» mi disse abbassando la voce, ma senza preoccuparsi troppo di chi ci fosse attorno e mi sussurrò all’orecchio delle parole.
«Che dovrei baciarti qui ed ora?» risposi e dopo quelle sue parole all’orecchio, lasciai la mano scivolare lentamente sulla sua coscia.
Le sue gambe nude ed abbronzate, appena coperte da quel vestitino lungo ma con due spacchi mozzafiato, uno per ciascuna gamba, mi pareva brillassero sotto quelle luci rosse del locale.
Non resistevo più a quella sua tentazione: la mia mano iniziò a salire lenta, a sfiorare la sua pelle liscia e dorata.
Lei sorrideva mentre mi guardava dritto negli occhi, poi, incrociò le sue gambe, per intrappolare la mia mano tra di esse. Non avevo via d’uscita.
Sotto il tessuto sottile del vestito sentii il calore crescere. Le dita trovarono il bordo della lingerie: minuscola, a filo, quasi inesistente. La sfiorai appena e il suo respiro si spezzò. Sentii un brivido attraversarle il corpo. «Continua…» mormorò.
L'alcol del prosecco stava abbassando i nostri freni inibitori: i discorsi si stavano facendo sempre più eccitanti, le frasi più sussurrate, i sorrisi sempre più complici.
Intorno a noi altra gente seduta a cena. Notammo che qualcuno ci stava guardando con occhi curiosi e allo stesso tempo strabiliati. Altri si voltavano incuriositi ma ci fissavano solo per ammirare e proprio questo gioco di sguardi sembrava l'eccitasse molto. Quella sua sicurezza e sfrontatezza non nego che anche a me stava eccitando molto.
«Vuoi farmi impazzire qui?» sussurrò, mordendosi il labbro.
«Ti voglio proprio così…mentre ci guardano» dissi.
Si alzò poi improvvisamente dicendomi che doveva andare in bagno e girandosi mi lanciò un’occhiata che parve valere più di mille sue parole.
Poco dopo, un suo messaggio sul mio telefono; non era un messaggio, era una foto fatta in quell’istante, di lei che si toglieva gli slip.
Sorrisi, ma il sangue mi iniziava a ribollire. Le risposi subito con un messaggio di sole due parole, quelle che mi stavano martellando la mente: «Ti voglio!».
Tornò dal bagno e si rimise seduta come se niente fosse. Mangiammo e non potevo far a meno di toccarle le mani, quelle mani che avevano toccato il suo sottilissimo slip bianco panna che chissà dove aveva riposto.
Finita la cena ci spostammo in riva al lago, in un localino all’aperto, semibuio, con delle poltroncine basse e confortevoli che ci facevano ammirare la sponda in primo piano.
Ci sedemmo l’uno accanto all’altro vicini, fin troppo vicini da sembrare una cosa sola. Lei si mise a cavalcioni sopra le mie gambe, senza esitare. Le nostre mani si cercavano senza esitazione. Le nostre labbra si sfiorarono e poi si lasciò andare a un bacio profondo, carico di desiderio, incurante delle altre persone sedute accanto. La gente, a pochi passi, poteva intuire benissimo cosa stesse succedendo.
«Mi piace quando ci guardano…» mormorò contro la mia bocca.
«Allora lasciamoli guardare» sussurrai, mentre le mie dita la esploravano con lentezza, partendo dalle sue gambe e poi sempre più su. Lei gemeva piano e più lo faceva, più io perdevo il controllo.
Il momento fu così bello che decidemmo di immortalarlo con degli scatti con lo smartphone. Uno con le mie dita tra le sue gambe e tutti, comunque, tra quel "vedo non vedo” che ad entrambi faceva impazzire. Foto - pensai - da rivedere assieme, a ricordo della fantastica serata, per rivivere ogni istante.
Il tempo scivolò via veloce tra carezze, risate soffocate e piccoli gemiti rubati.
«Non riesco ad aspettare…» mi sibilò all’orecchio.
«Nemmeno io» le dissi.
Decidemmo di allontanarci da lì, ancora troppi sguardi su di noi. Ancora un po' “brilli”, per il prosecco e per la situazione che si era creata, andammo a prendere nella sua auto una coperta, che lei utilizzava spesso per andare a prendere il sole al lago, e con la coperta sotto braccio, ci incamminammo per la pedonabile lungo lago, fino a raggiungere un angolo nascosto da occhi indiscreti, appartato e buio, un vecchio locale dove un tempo i giovani vi si recavano per ascoltare la musica alternativa: un luogo bellissimo, una terrazza davanti all’acqua scura del lago.
La luna, quasi piena, si specchiava sulle onde leggere. Sembrava che miliardi di lucciole vi danzassero sopra. Sullo sfondo le luci degli altri paesi, le stelle sembravano tanto vicine da porgerci i loro raggi, ed i nostri respiri si facevano più rapidi, in quell’incanto di mondo, tanto da iniziare a sovrastare anche il fruscio dell'acqua.
Ogni tanto i nostri occhi guardavano il cielo e notammo persino qualche “stella cadente”, a cui, nel silenzio reciproco, dedicammo entrambi i nostri desideri nascosti.
Stesi la coperta e la attirai verso di me. Le sue mani iniziarono ad esplorarmi, con una “fame” che non cercava più di nascondermi. I suoi sussurri, il suo corpo che si muoveva contro il mio, il brivido di sapere che qualcuno, passando, avrebbe potuto sorprenderci: tutto si mescolava in una miscela irresistibile di desiderio e follia.
Le mani presero a esplorare senza più freni: i seni gonfi di eccitazione, i suoi capezzoli tesi sotto le mie dita, i fianchi che si muovevano da soli cercando contatto.
La mia bocca scivolò sul suo collo, sul petto, giù lungo il ventre, fino a sentire il suo corpo tremare contro la mia lingua. Ogni suo gemito diventava più alto, e lei stessa mi supplicava di non fermarmi.
Ad un certo punto lei mi afferrò la mano e la guidò dove voleva.
«Così…più forte…» ansimava.
A sorpresa prese la sua borsa e tirò fuori la bottiglia di prosecco vuota che aveva conservato dopo la cena. Me la fece vedere, sorridente, ammiccante, ed io capii subito cosa voleva fare. Me la passò ed allargò le sue gambe. Prima la leccai e poi iniziai a fargliela scorrere su e giù, poi, quando si stava bagnando sempre di più, andando sempre più veloce, facendola anche roteare per darle più piacere. Tutti e due eravamo "ipnotizzati" dalla bottiglia, dal suo movimento, lei gemeva e sussurrava «Più veloce…».
Quando finalmente tornò a guardarmi, con gli occhi lucidi di desiderio, si mise sopra di me, muovendosi con una sensualità selvaggia, godendo senza trattenersi, stringendomi contro di sé mentre nella notte, il lago, le stelle, la luna e quelle lucciole immaginarie sembravano guardarci e ammirarci e ci dimenticammo presto del possibile rischio di essere scoperti; tutto questo amplificava ogni gesto e ogni sensazione.
Il suo corpo sopra il mio si muoveva con un ritmo lento e provocante, quasi a voler prolungare all’infinito quel momento. Le mani mi stringevano forte le spalle, le unghie che graffiavano appena la pelle, ma sembrava volessero lasciare solchi indelebili sanguinanti. I suoi fianchi ondeggiavano come se seguissero una musica sublime, che solo lei sentiva.
«Così… non fermarti… voglio essere la tua puttana» mi disse gemendo con un filo di voce, il respiro spezzato, la fronte che si abbassava fino a sfiorare la mia e mi baciò in bocca come fosse l’ultimo bacio eterno prima del delirio.
Le mie mani stringevano i suoi seni, i capezzoli durissimi tra le dita, e ad ogni affondo lei gemette più alto, incurante che qualcuno potesse sentirla.
L’eco della sua voce si mescolava al rumore dell’acqua che si infrangeva a pochi metri. Il ritmo si fece più deciso, più forte.
Ogni volta che spingevo il bacino verso di lei, la sentivo vibrare, più calda, più bagnata. I suoi gemiti si facevano più acuti, i suoi sussurri più “sporchi” - l’estasi si confondeva al delirio dei suoi desideri, tanti e incredibilmente vari ed eccitanti -, come se volesse confessarmi tutto quello che la eccitava e la rendeva felice nel suo essere donna.
Dio come mi faceva perdere il controllo tutto questo suo confessarsi!
Poi, la presi per i fianchi ed invertii i ruoli: la voltai, stendendola sulla coperta, mentre il suo corpo si arcuava in un invito irresistibile. Le baciai la schiena, le mordicchiai la pelle, mentre lei si muoveva già, ansiosa.
«Non fermarti… continua così… più forte!» ansimava, mentre il suo corpo mi stringeva dentro con spasmi.
«Prendimi… ti voglio sentire tutto dentro…» mi disse.
All’apice, con un tremito che mi percorse tutto, le sussurrai: «Sto arrivando…».
La sentii irrigidirsi, il suo corpo che si contraeva attorno a me mentre un’ondata di piacere ci travolgeva. Il suo gemito, spezzato, mi fece perdere ogni resistenza.
Con l’ultimo movimento mi lasciai andare completamente, esplodendo dentro di lei, il respiro pesante, il mio corpo che tremava insieme al suo.
La luna ci guardava dall’alto, l’acqua del lago continuava ad infrangersi lentamente, le lucciole continuavano a svolazzare, ma il mondo intorno a noi si era fermato, non esisteva più niente: eravamo solo noi, io e lei consumati ed appagati, persi tra terra, acqua e cielo, in quella bellissima notte d’estate, una serata estiva al lago sotto la luna, che ci aveva completamente travolti.
Restammo così, stesi sulla coperta, avvinghiati, ad accarezzarci, le pelli sudate che si incollavano l’una all’altra, il cuore che batteva all’impazzata.
Col lago davanti a noi e la luna che ora illuminava ancora di più la nostra pelle bagnata, come un riflettore sulla nostra intimità.
Lei sorridendo e ancora scossa dagli ultimi brividi mi sussurrò, guardandomi, con voce roca:
«Così…fammi sentire tua ogni volta»
Ed io con i miei occhi fissi nei suoi:
«Così…fammi sentire tuo ogni volta»
Calò la musica del silenzio perpetuo.
Quanto siamo stati in quel modo non ricordo. Il tempo non era tempo, il luogo non era luogo, ma noi c’eravamo entrambi.
«Questa notte non la dimenticherò mai…» le dissi sorridendo anch’io, con gli occhi ancora pieni di piacere e di lei.
«Voglio che tu mi ricordi così, come questa notte» mi disse con un sorriso malizioso, mentre la notte continuava ad avvolgerci.
Di lì a poco se ne sarebbe andata, ma io raccolsi un pugno di lucciole prima che svanisse…

…e pensare che l’avevo incrociata per caso…, ma questa è un’altra storia.
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